Scusa ma ti chiamo tauromachìa

picasso._ToroNon so se avete ben presente un toro, la prima caratteristica che balza all’ occhio è la sua volumetria espressa in metri cubi. Intendo dire che di un toro non potrai mai sapere prima se è di indole mansueta o furibondo in servizio permanente effettivo, ma non ti può sfuggire il fatto che è grosso, molto grosso. Per questa ragione io diffido dei tori e Pietro lo sa.
Mi telefona per aiutarlo in un lavoro, arrivo al podere e di Pietro non c’ è traccia. Lancio nell’ aria un ” Ahò!? ” suscettibile di un vasto numero di interpretazioni tra cui ” ma ‘ndo cazzo sei? “.
Risponde una voce: ” sono qui, vieni, dietro il capannone “.
Percorro il capannone in tutta la sua lunghezza, giro l’ angolo e mi trovo davanti il toro. Mentre eseguo un doppio salto mortale all’ indietro per mettermi al riparo sento la risata di Pietro che appare al mio fianco come sbucato da un imprecisato recesso dell’ inferno. Anzi no, dal girone degli infami.
– ” Dai, dai che arriva la betoniera! ” mi porge una vanga e mi precede svelto per non farmi vedere che sta ancora ridendo.
Ha ordinato una betoniera di cemento per rabberciare la strada sotto casa, la betoniera scarica e noi due con le vanghe distribuiamo il materiale sul terreno. A norma delle leggi sulla tutela della sicurezza questo lavoro dovrebbe essere eseguito da una squadra di operai ma Pietro ed io siamo entrambi molto competitivi, quindi la gara è a chi fa meglio e più in fretta.
Prima di iniziare lo sbadilamento Pietro sputa sui palmi delle mani che non so esattamente a cosa cazzo serva ma per non essere da meno lo faccio anch’ io.
Pietro, se non l’ avete ancora capito, è sardo. Terminato il servizio militare è stato caricato sul traghetto con 60 pecore e due fratelli più piccoli di 16 e 14 anni perché cercassero fortuna in continente.
La ragione ufficiale è che la tanca di famiglia non era sufficiente per tutti gli 11 figli ma la verità è che il padre si era rotto il cazzo di Pietro che gli sciancava i cavalli per raggiungere la discoteca del capoluogo ogni sabato sera. Ora sapete il destino che attende chi parcheggia cavalli sfiniti fuori dalle discoteche.
Contrariamente ad altri emigranti che conosco Pietro non si abbandona ad apologie degli antenati ma bada al presente, che in campagna è il futuro, e infatti conduce una florida azienda di 900 pecore suddivise in 3 greggi di 300 capi cadauna. En passant vorrei sottolineare l’ intrinsecità tra le pecore e il numero 3 e i suoi multipli a ennesima riprova del loro carattere divino.
L’ unico legame che Pietro conserva con le proprie origini consiste in una grappa distillata da sua nonna contenuta in certe minacciose damigiane, e prima di affermare spudoratamente che mai e poi mai una damigiana può essere minacciosa vi sfiderei ad assaggiarne il contenuto. Non so come si traduca in sardo l’ espressione ” sbattere forte contro il muro ” ma se mi dicessero che suona una cosa come ” la grappa della nonna di Pietro ” non faticherei a crederci. Dopo cena, ma anche dopo pranzo, merenda, colazione, Pietro trascina verso la tavola una di queste damigiane e chiede: un goccetto? Il rifiuto è implausibile, equivarrebbe a rinnegare i codici barbaricini, l’ anonima sequestri, il Cagliari dell’ unico scudetto rossoblù e di conseguenza il diagonale sinistro pennellato da Gigi Riva alle ore 16:46 del 17 giugno 1970 nello stadio Azteca di Città del Messico che annichilì la nazionale tedesca, e poi la vita e le opere di Grazia Deledda, l’ imperitura solidarietà ai minatori del Sulcis, il cantu su cuncordu, la burrida a sa casteddaia e mi rimetto alla clemenza della nonna di Pietro se ho dimenticato qualcosa.
Appoggio il bicchiere alle labbra e mando giù d’ un fiato pensando che nonostante tutti i suoi soldi Lapo Elkann non proverà mai questo stesso brivido.
Ma dove eravamo rimasti? Ah, già, lo sbadilamento.
Dopo un’ ora a ritmi forsennati la strada è fatta, ci appoggiamo alle vanghe per riprendere fiato. Io sono in uno stato di pre-morte ma cerco di non darlo a vedere, non si presta il fianco scoperto all’ avversario.
– ” Mica sarai stanco? ” chiede Pietro con un sorriso affatto rassicurante. Poi si piega a raccogliere dei sassi che scaglia addosso al toro per aizzarcelo contro.
Se credete che gettarsi da un ponte appesi ad un elastico sia molto emozionante dovreste provare a correre su una pista di cemento fresco con un toro alle calcagna in compagnia di un pazzo che non la smette di ridere.
Io vorrei anche dimenticare questo spiacevole episodio ma ogni volta che passo da Pietro rivedo le nostre orme e quelle del toro fissate per sempre sulla strada, my own private hall of fame.

a corredare il post un quadro di picasso, che per voi non bado a spese

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