My Own Private Timisoara

Nel nuovo posto dove vivo la percentuale degli immigrati residenti rispetto alla popolazione autoctona é del 75%. Sono questi i casi in cui le statistiche si rivelano fallaci. Avrei potuto scrivere “ poco rispondenti “ ma non bisogna mai perdere l’ occasione per tirare una stoccata all’ Oriana sopratutto se il tema offre il destro per detournare il suo celebre aforisma: non é vero che tutti gli immigrati sono clandestini ma é vero che tutti i clandestini sono immigrati. Ed ecco dimostrato che per smascherare un calembour basta sostituire i termini polisemici e l’ idiozia sottesa si manifesta, per atra aequora fulgor.
Discendo da un’ antica stirpe di emigranti, nella mia famiglia Heimat é una parolaccia e FremdenPolizei il nome dell’ orco delle favole, e so, per averlo vissuto e sentito ripetere dagli anziani della tribù, che intorno a ogni nucleo familiare registrato alle autorità gravitano almeno un paio di individui che non supererebbero un accertamento dell’ ufficio immigrazione. Nella mia infanzia di solito due zii o cugini simpaticissimi, poi crescendo lo zio o il cugino simpaticissimo sono diventato io. Ed é per tutta questa simpatia variamente sprigionata che forse fatico a separare l’ aspetto ricreativo dal significato letterale della parola immigrato.
Ancora oggi quando vedo un bar gestito da cinesi non posso fare a meno di entrare: – buongiorno, un bicchiere di barbera barricato, perfavore – balbela ballicato? – sì, é un barbera invecchiato nel barrique – non abbiamo balbela ballicato! – d’ accordo, allora una centrifuga di rabarbaro, perfavore…-.
Se li aiutiamo a casa loro io poi come mi diverto?

dài, cazzo, dovete riconoscerlo, essi sono una miniera di umorismo
( via http://audiob.tumblr.com )

Se pensate che sia nefando da parte mia deridere gli immigrati per la loro scarsa proprietà di linguaggio é perchè non sapete il piacere che provo a torturare gli italiani che dalla madrelingua sono stati adottati a distanza, molta distanza. Ultimamente il mio estro vessatorio é animato da una incontenibile ripugnanza per l’ uso molesto dei diminutivi. “ Aspetti un momentino “ mi fa schiumare di rabbia, anche perchè percepisco che la forma estesa é inibita da un farisaico senso delle convenienze per cui una vacanza fuori stagione o in località esotica é una vacanzina, un regalo é tanto più regalino quanto più é ipocrita e al plurale i soldini, perchè i soldi sono la merda del diavolo, e pronunciarli é tabù.
Se l’ interlocutore che si profonde in diminutivi é maschio lo interrompo bruscamente: “ sì, bene, ma parliamo adesso del tuo cazzo, cioè, per meglio dire: del tuo cazzino “.
Con le damigelle cerco di soprassedere e accumulo in silenzio gag sui doppi sensi di sveltina, vaselina, sifilide equina che un giorno regalerò alla Littizetto.
Con gli immigrati invece la comunicazione é schietta e creativa.
Stavo lavorando nell’ orto e dalla siepe spunta una bella faccia abbronzata da operaio agricolo che mi chiede: “ Sciau, sìmini il prisìmulo? “.
Non fosse che stavo effettivamente seminando il prezzemolo non avrei capito cosa andava cercando. Mi erigo in tutta la mia statura morale, gli porgo la mano e dico:
“ ciao, piacere di conoscerti, come ti chiami? “
“ mi’ nome Nicòla “
“ invece io credo che tu ti chiami Nekolài “
“ tu ancha rumeno? “
“ sì, di Timisoara “
E Nekolai, quell’ infame, sorrise.
Conosco pochissime cose della Romania. La prima é Ceausescu, il feroce despota deposto altrettanto ferocemente al crollo del regime. Il suo nome era Nekolài e sì, lo so, ho un culo pazzesco. La seconda é Timisoara, capoluogo del distretto minerario. Quando a Bucarest gli studenti avanzavano pretese controrivoluzionarie – chessò: la libertà di espressione – Ceausescu faceva caricare a Timisoara i pullman di minatori, li equipaggiava con un manico di piccone nuovo di fabbrica, per poi scaricarli, minatori e manici di piccone, sul piazzale antistante l’ università di Bucarest. Ora: io disquisisco polemicamente su tutto, ma quando si tratta di randellare gli studenti universitari non pongo obiezioni, al contrario penso sia istruttivo e faccia curriculum.
La terza cosa é che i romeni preferiscono essere chiamati rumeni, il motivo non é tanto bello e lascio che sia Nekolai a spiegarlo: “ pirchè romeni é rom, i zinghri ( zingari, ndt ), e a noi no piace i zinghri, tu sai i zinghri? – sì, i Rom e i Sinti – cosa é Sinti? – Sinti é zingari in italiano – ah, no aveo mai sinti i Sinti… “. E vi risparmio il seguito ma Nekolai e io siamo andati avanti mezzora buona improvvisando sul tema “ sinti i Sinti “ a dimostrazione che Totò e Peppino sono uno stato d’ animo che non conosce frontiere.
Il mercato settimanale del paese é gestito da nordafricani tra cui Ebrah, il mio personal shopper. Nell’ orientarmi tra il guazzabuglio di bancarelle sento una voce che mi chiama: “ Ehi tu, sì, tu. Tu hai bisogno di pantaloni “. Cazzo, in effetti stavo proprio cercando dei pantaloni . “ Ecco, tieni, un paio di jeans da lavoro e altro paio più leggero con fantasia camouflage “ Come fa a conoscere i miei gusti? “ Questa tua taglia, perfetti, dammi 10 euri e porta a casa “.
Affidare a Ebrah la formazione del personale addetto alle vendite farebbe la fortuna di qualsiasi franchising di abbigliamento.
All’ ortofrutta c’ é Yanif, indica una cassetta e mi dice: “ frischissime, da Puglia, scimmie di rapa “. Sarebbero le cime di rapa, ma scimmie di rapa é più bello.
In conclusione, io non devo convincere nessuno, il veltronismo é una malattia infantile del socialismo rivoluzionario, per me l’ esame di realtà differenti é stimolante e quasi sempre fonte di divertimento ma capisco chi ha paura del diverso. Quello che non capisco é l’ ostilità accidiosa per il non conforme che sperimento di frequente e, vi garantisco, é nauseabonda.
Sarà perchè il mio personal shopper é di Algeri. Sarà la miopia per cui stringo gli occhi a fessura e che, unitamente alla sigaretta all’ angolo della bocca, mi deforma la faccia nella smofia tipica di Clint Eastwood nel film in cui ammazza il cavallo, rovescia i barili di whisky e incendia il villaggio. Sarà per la punta di ferro degli scarponi da lavoro che mi conferisce l’ andatura di Clint Eastwood nel film in cui prende a calci la donna incinta stesa al suolo. Sarà per il mio periodare eccentrico. Sarà quel che sarà ma corrispondo all’ iconografia dell’ immigrato che popola le ossessioni degli italiani.
Sono all’ ufficio anagrafe per registrare il cambio di residenza:
“ scrivi bello grosso su questo foglio di carta il tuo nome, altrimenti non ci capisco “
“ quattro lettere, effe u emme o, cosa c’ é da capire? “
“ ah, ok, però scrivi in stampatello la città in cui sei nato, che io quei posti vostri mica li conosco…”
“ perchè quando la maestra delle elementari ha spiegato Milano lei era ricoverato in ospedale con una grave forma di meningite? “
“ ah, ma lei é italiano… “ ( si noti il passaggio dal Tu al Lei )
“ sì, ma se ha un modulo di rinuncia volontaria alla cittadinanza lo firmo subito “.

neanche l’ algoritmo di tuitter è disposto ad accordarmi la nazionalità italiana