When We Were the Punks

Oramai ci sono cose che bisogna fare di nascosto, ad esempio mangiare, altrimenti incombe il Mastro Ceffo a domicilio. Ciao, cosa stai mangiando? Uh, la parmigiana, io le melanzane le griglio invece di friggerle, é più sano e più veloce. Così hai tanto più tempo e più vigore per venire a rompere i coglioni a me. E la mozzarella la compro in un caseificio che certifica l’ allevamento in benessere degli animali. Straordinario, invece io non riesco a dissociare l’ idea di bufalo da quella di violenza domestica. Ho qui le foto della mia parmigiana, vuoi vederle? Solo se ce n’ é una sulla spiaggia nudista mentre si cosparge di crema abbronzante.
Ho visto un Mastro Ceffo della tv sfilettare un pesce eliminando la minuscola pellicola di grasso che cucinata si presenta male all’ impiattamento sebbene partecipi al valore nutritivo della pietanza e mi é venuta una gran voglia di trascinarlo per le orecchie sul set di Masterchef Etiopia, o altra nazione flagellata dalla carestia, ma solo perchè non conosco luoghi dove l’ antropofagia é considerata con occhio indulgente e me ne dolgo considerato che se in Europa si lasciano circolare senza museruola i nostalgici del nazifascismo altrettanto spazio dovrebbe essere concesso ai fautori del cannibalismo e in allegato a Il Giornale avremmo una pratica collana di manuali dal titolo: ai fornelli con Cracco, sottotitolo: e ne resterà uno soltanto, i fornelli.
Il feticismo del cibo temo derivi da quello di impianto scolastico per i libri in virtù del quale prima ti costringevano a leggere i componimenti di Aleardo Aleardi nato Gaetano Maria – mentre le biblioteche traboccavano di Camus, Burgess, Nabokov – per poi estorcerti commenti a riguardo, naturalmente ossequienti ai programmi ministeriali. Ha percepito la vis comica de La Locandiera del Goldoni? Sì, e penso che oggi riviva nell’ esilarante umorismo di Pino Insegno. Un suo giudizio sulla figura di Fra’ Cristoforo? Vestiva di merda. Parole a vanvera in luogo di un sintetico I Like / I Dislike perchè poi l’ idolatria letteraria degenera in manifestazioni alienate, ho visto librerie esporre cartelli con la scritta: “ qui non si vende l’ autobiografia di Riina jr. “ che in italiano vuol dire “ reputandoti un cazzone decido io cosa devi leggere e cosa no “, in russo “ samizdat “, in latino “ index librorum prohibitorum “.
E l’ analogia gastro – libraria vi sarà più evidente, magari non subito ma tra qualche tempo, se sostituite “ pollo ai peperoni “ a “ autobiografia di Riina jr. “ e “ fitness center “ a “ libreria “.
Quindi mi schiero a favore della tradizione orale e della pizza surgelata e mi appello al diritto di non rispondere a proposito di narrativa sudamericana e secondi di pesce.
Faccio eccezione solo per promuovere quanto scritto da un amico in un esperimento senza precedenti: recensire solo la prima di copertina, ovvero: Bruno Segalini, Fiamme e Rock’n’Roll, Shake edizioni, per acquisti citofonare qui.

F&R

Splendido Splendente

Anche solo dal titolo si capisce che quest’ opera ha in comune coi capolavori la proprietà di sbalordire: non sapevo che Bruno si chiamasse Segalini e a questo punto chissà che anche lui non sia nato Gaetano Maria. Apprezzo inoltre l’ integrità nell’ uso del termine rock’n’roll benchè l’ autore avrebbe potuto, come tanti birbanti, cavalcare l’ onda celebrativa del quarantennale del punk essendo stato il frontemanno dei Pila Weston, e colgo l’ occasione per levarmi un macigno dal gargarozzo.
Il 1976, anno della consacrazione dell’ estetica punk, coincide con l’ inizio dell’ agonia del fenomeno stesso che termina in uno squat milanese quando i Ritmo Tribale, tra le espressioni più mature del punk nostrano e sostenitori degli spazi liberati, chiedendo di esibirsi si sentirono rispondere da un gran somaro: “ voi non siete abbastanza punk per suonare qui “. Et requiescat, familiari e amici ne annunciano la dipartita ma, riconosciamolo, ha goduto di una vita lunga e fruttuosa. In ogni civiltà c’ é un momento di tensione che Weber chiama di razionalizzazione formale dell’ esistenza sociale in cui gli individui, sodalizzando per caratteri generazionali, di consanguineità o di territorio, si proiettano in una visione trascendente d’ insieme. Quello che Weber non considera, per esiguità quantitativa, sono coloro che, scontando l’ esclusione, non abdicano alla singolarità, cioè il punk, che é sempre esistito. Sofocle era un punk – Antigone il tuo cuore arde per cose che raggelano potrebbe essere una canzone degli Husker Du – e lo stesso dicasi di Zarathustra come felicemente intuìto da Nietzsche. Francesco d’ Assisi era un punkabbestia, il Don Quijote di Cervantes, edizione Bignami of course, è un manifesto del No Future, per non dire di artisti un tempo relegati a crocefissioni e martirii che oggi illustrerebbero con rinnovata carica le copertine della Epitaph Rec o tatuerebbero teschi e serpenti tra le vostre scapole. Quintessenza punk la guerra tra bande che nella Bisanzio del 532 sfociò nella rivolta di Nika, ecco come Procopio descrive i membri della fazione dei Prasini: portano i capelli alla Unna, tempie rasate e chioma lunga sulla nuca, barba alla persiana in trecce, tunica corta serrata sul polso che rigonfia le spalle ad occultare il pugnale.
E da una prospettiva strettamente musicale é evidente che negli ’80 non si poteva prescindere dalle sonorità di Never Mind the Bollocks, ma neanche dalle alchimie elettroniche di Lee Scratch Perry o dal fragore dell’ industrial. Ma infine tutto si riconduce al buon vecchio r’n’r, che é anzitutto uno stile di vita fiammeggiante come recita il titolo del libro in esame.
E non poteva essere altrimenti ad onta chi crede che in quegli anni si godesse della più ampia diversificazione, dai Duran Duran ai Black Flag, perchè non era esattamente così, in realtà i DD erano ovunque mentre per un concerto dei BF dovevi arrivare fino a Zurigo nel migliore dei casi. Ne consegue che se volevi un certo tipo di musica in smodata quantità dovevi buttarti in prima persona e non solo con le chitarrine, ma anche organizzando circuiti di palchi dove far friggere il tuo amplificatore e quello dei tuoi beniamini. Purtroppo ciò si scontrava con condòmini che reclamavano la quiete che vige nei cimiteri, amministrazioni comunali aggiornate alla musica da camera barocca e proprietari di club che, tirando al soldo, programmavano tuttalpiù band di metallari con la messa in piega.
E quindi, ognuno per la sua strada, siamo confluiti nei centri sociali occupati che per i giornali borghesi rappresentavano piazze di spaccio, serbatoi del terrorismo, minacce all’ ordine pubblico, arsenali di esplosivi e invece erano il luogo dove condividevamo la sala prove, la sputazza sui microfoni, la voglia di sperimentare, la birra calda, le poche fanzine che arrivavano dagli USA, e amori tantopiù sbagliati quantopiù corrisposti. Insomma condividevamo il presente e avere in comune il presente é un legame più forte che avere in comune un modo di pensare.
Coi Pila Weston la mia band condivideva anche il batterista, Rino, veloce e leggero come una libellula, che aveva fatto la stagione in puglia a raccogliere tabacco per comprarsi la batteria, e smontiamo così un altro luogo comune del punk:sniffin g

ma certo, e ora spiegami come trasformare una zucca in un sound system

In ragione del drummer sharing, dell’ amicizia e dell’ ottimizzazione dei costi spesso organizzavamo tour delle due band in offerta famiglia – famiglia addams, perchè belli a vedersi non eravamo. Tra i più avventurosi c’ é stato un tour estivo che doveva terminare in una località balneare di quelle veramente punk: nata come scalo marittimo dell’ industria pesante e riconvertita al turismo con spiaggie di sabbia proveniente dalla bonifica di Seveso e meduse che si illuminavano la notte, la piazzetta sul lungomare intitolata ai caduti di Stalingrado, il bar coi ghiaccioli color del cobalto e scusate un attimo vado a infilarmi una spilla da balia nel sopracciglio. Io, che in prospettiva marina mi trasformo in una specie di cucciolo di labrador rincoglionito, ero partito già in ciabatta, costume, camicia hawaiana e cappello di paglia. Il bello del r’n’r è che puoi vestirti come il pusher dei Jethro Tull a carnevale e al massimo sentirai qualcuno sbottare: “ anvedi l’ artista “. La prima data era a Bassano del Grappa, biglietto di sola andata per l’ inferno, poi non ricordo più nulla fino a quando, salendo sul palco all’ aperto della località balneare, un vecchietto mi tira per la camicia chiedendo “ e la fisarmonica ? perchè non c’ avete la fisarmonica? “. L’ indomani all’ alba, a quei tempi il sole sorgeva alle 11, sveglio tutti per andare al mare, e curiosamente invece di picchiarmi con un giornale arrotolato mi assecondarono. Intorno a noi in spiaggia il solito scompiglio causato dall’ alto numero di tatuaggi carcerari esposti e dai vestiti da beccamorti, a parte me che sembravo il fratello bischero di Magnum PI dopo una dolorosa terapia di disintossicazione. Cerco di convincere gli altri a tuffarsi in mare incurante dei giornali che arrotolavano nervosamente finchè Gianluca dei Pila, per accompagnare al bagnetto il cucciolo di labrador illeso, comincia a spogliarsi. Nel calare i pantaloni scopre mutande di taglio indubbiamente femminile.
— “ non ti sapevo così vezzoso “ dico
— “ è che non avevo più biancheria pulita e son passato a casa dei miei e ho preso la prima cosa che capitava nel cassetto delle mutande di mia madre… “ risponde
— “ tuo padre va in giro senza mutande? “
— “ con mio padre ho un rapporto conflittuale “
— “ tanto da fottertene se i bagnanti penseranno che siamo una coppia gay? “
— “ c’ mon, it’ s only rock ’n’ roll “

Bene, ce n’ è abbastanza per la lunga estate calda, statemi al meglio, ci rivediamo a settembre.

riposo