Natura Morta con Trasloco

“ Vieni – disse Caino ad Abele – andiamo in campagna “ e già si percepisce un presagio malèvolo, ma a scanso di equivoci si reìtera: “ Giunti che furono in campagna Caino alzò la mano sul fratello “. Insomma, per descrivere il fratricidio si ricorre a una parafrasi ma il luogo dove avviene l’ atrocità é rimarcato due volte: in campagna.

Così vuole la dizione canonica CEI del 2008 come la precedente del 1974 a dimostrare che l’ esegèsi cristiana é fenomeno squisitamente urbano, e di città particolarmente congestionate, motivo per cui lo spirito santo, imbottigliato nel traffico, non arriva ad illuminare coloro che vi si applicano.
In verità nel testo originale di Genesi 4,8 il termine usato per indicare la scena del delitto é bassahdeh’ ( בַּשָּׂדֶ֔ה ), ba é la preposizione che indica stato in e moto a luogo, sadeh’ ha come primo significato quello di terra e quindi anche di porzione di terra e cioè coltìvo, secondariamente può voler dire prato incolto o, in opposizione a casa – capanna – qualsivoglia riparo, si deve intendere nel senso di: all’ aperto. Quindi la traduzione più rispondente sarebbe: “ Vieni – disse Caino ad Abele – usciamo fuori ( ancor oggi premessa di: che ti faccio un culo così ) e raggiunto un prato incolto alzò la mano sul fratello “. La mano e il braccio nelle remote lingue semitiche sono sinonimi di forza, violenza.
Non mancano casi specifici – ad es. in Giudici 9,32 Samuele 20,11 e Re 14,11 – in cui sadeh’ é da intendersi precisamente come campagna, cioè contrario di città fortificata, ma si ricordi che ai tempi di Caino e Abele era tutta campagna, anzi, é Caino, l’ agricoltore, che per espiare il delitto vaga ramingo sulla terra e diviene fondatore di città ( Genesi 4,17 ).
È interessante notare come il mito contenga sempre partìcole di verità: è proprio l’ agricoltura, per meglio dire le eccedenze agricole, a rendere necessaria la costruzione di insediamenti preposti alla conservazione, difesa e redistribuzione delle derrate: le città, il cui Dio, tra le tante malefatte, é protagonista della canzone dei Pooh trionfatrice nell’ edizione 1990 del festival di Sanremo.
E se il peccato di Adamo é contro Dio, quello di Caino è contro l’ uomo e rappresenta la follia della guerra, scempio di vite umane, privilegio esclusivo del Dio che provvederà un paio di capitoli più avanti con il diluvio universale cui ammicca Roby Facchinetti nel verso “ …col dopobarba che sa di pioggia e la ventiquattrore… “. Stante la pioggia l’ accento é sul numerale che a rigor di cabala rimanda ai 240 giorni trascorsi da Noè sull’ arca.
Bene, e ora che ho sputtanato la competenza dei filologi al servizio della conferenza episcopale, ribadito che per tradurre occorre una visione d’ insieme preclusa ai monoteisti e rivelato che “ Uomini Soli “ dei Pooh é un inno allo sterminio di massa, mi é doveroso purtroppamente ammettere che la campagna, pur spogliata del trascendente, null’ altro é che la maschera posticcia della Natura e la Natura é il Male, Piero e Alberto Angela i suoi profeti.
L’ agricoltura, l’ allevamento, l’ edificazione di recinti e mura, i contratti sociali di mutua assistenza e in un certo senso anche la scrittura come testimonianza degli eventi, rappresentano lo sforzo umano per affrancarsi dalla Natura percepita nei suoi aspetti più imprevedibili e dunque insidiosi.
Lo sapevano bene gli antichi che alla natura selvaggia preposero divinità di indole lunatica: Artemide in Grecia, Diana a Roma, ‘Anat nel Medio e Vicino Oriente, Aset in Egitto, raffigurate ad ogni latitudine con armi alla mano in segno di incessante belligeranza. Epiteto comune di queste divinità nelle diverse teogonie é: la Vergine, nel senso di incontaminata. Ed è alla Vergine incontaminata, pura materia, che il Dio Supremo, puro spirito, deve unirsi per generare la razza umana, che così partecipa dello spirito, iperuranico, e della natura, terragna. Non a caso l’ etimo di natura é il participio passato del latino nasci: nascere. E l’ eredità biologica dei discendenti per parte di Madre Natura é l’ irrazionale: la vita onirica, l’ amour fou, l’ ira funesta, l’ istinto, l’ estasi, i movimenti sfrenati della danza. Un inno a Dioniso della Grecia arcaica fortunosamente tramandatoci recita: “ rinnega la tua identità e unisciti alla danza delle baccanti “.
“ Rinnega la tua identità “ é l’ aspetto selvatico della Natura che più mi fa riflettere.

E torniamo ai giorni nostri. La lunga premessa epico-mitologica per dirvi che di fronte ad un’ offerta che non potevo rifiutare ho venduto l’ azienda e ora sbaracco e sburattino dal luogo in cui per tanti anni vi ho scritto. Se prossimamente sui giornali leggerete di un autogrill inceppato da una lunga fila di pecore davanti alla toilette per signore vi sarà noto il percorso della nostra transumanza.
A proposito di autogrill, vi rubo un attimo di tempo per raccontare un simpatico aneddoto.
Tre mesi fa accompagnavo l’ amico Bruno nel tour di presentazione del suo libro “ Fiamme e Rock’n’roll “. All’ altezza di Caserta ci fermiamo in un autogrill a fare provvista di merendine di cui Bruno é vorace consumatore notturno. Per non assistere all’ orrido approvigionamento lo aspetto vicino alla cassa dove si trova l’ espositore dei best seller. In bella vista c’ è un libro di Oriana Fallaci, non ricordo il titolo ma potrebbe essere “ Livore e Pregiudizio “ o “ Lettera ai miei Calcoli Biliari “, sulla copertina in b/n la faccia a tutto pieno dell’ autrice con gli angoli della bocca rivolti verso il basso. Si avvicina un ciccione accompagnato dalla sua famiglia cicciona. Si ferma. Guarda la copertina fallacia ed esclama: “ e fattela ‘na risata ognittanto! “. La famiglia cicciona esplode in sghignazzi. Sipario.
Ed eccoci di nuovo qui tra presente e futuro accomunati dall’ incognita: quello che non so, se non che vi preme, é il destino di questo blog e se riuscirò a trovare il tempo per aggiornarlo con frequenza.
Quello che so è che ora che siamo legati da amorosi intenti non rinuncerò più alla Natura, indocile, subdola, matrigna.
Non conosco altra formidabile avversaria con cui misurarmi.

Uso e Natura sì mi privilegia / che solo storto vo’ / e il mal cammin mi prègia