Ringrazia Clitemmestruo

Che potrebbe diventare il nuovo Lascia Entrare Ascanio se non meglio perchè fino a prova contraria Clitemmestruo urlava nei gomitoli e non vi dico altro cosicchè divorati dalla curiosità arriviate fino alla fine del post che sarà prolisso, di una cavillosità senza ritegno e un poco civettuolo.

In vena di premesse ci incorporo anche la giustifica: la mia lunga assenza é da addebitare ai funiculì funicolà days, di durata variabile tra le due e le tre settimane nelle quali, semel in anno, succede tutto quello che non dovrebbe succedere e io corro sù e giù per il podere bestemmiando le Erinni a rattoppare disastri senza sosta. A seguire un riflusso più o meno lungo di giorni in cui rimettermi in pari con i lavori stagionali.

Cionondimeno e mio malgrado sono stato investito dall’ incresciosa gazzarra originata dalla censura delle statue dei Musei Capitolini durante la visita di Hassan Rouhani stigmatizzata da ampio fronte bipartisan in un sussulto di belluinismo che non si vedeva dai tempi della pubblicazione di ” La Difesa della Razza “, in omaggio col primo numero il singolo ” Iconoclastìa Canaglia ” eseguito dal coro dei marmisti di Carrara, corri in edicola!

” Sottomissione culturale ” ha inveito Michele Serra che, essendo stato tra gli autori di un paio di edizioni di Sanremo, parla con cognizione di causa. Mike Buongiorno Gramellini ha denunciato il comportamento asimmetrico del cerimoniale regalandoci poi un bella prova di simmetria nel confondere Teheran con Bagdad. Massì, bando alle sottigliezze, iran o irak, sciti o sunniti, mu’adhdhin o mujahideen, moderati o fanatici che differenza fa, sono tutti beduini con propensione al terrorismo e i negri hanno il ritmo nel sangue e i napoletani allevano le vongole nella vasca da bagno, ve lo giuro, anche Benedetto Croce, sempre a cambiare l’ acqua alle vongole.

E invece io che pure per diritto e per censo appartengo a quel popolo di scoreggioni approssimativi e frettolosi maniaci sessuali magistralmente ritratti dai Vanzina voglio proprio andare per il sottile, strada maestra che conduce a Clitemmestruo.

Diversamente da altre lingue in italiano la parola ospite si riferisce sia a chi offre ospitalità sia a chi ne beneficia. Quest’ omonimia, piuttosto seccante ai fini dell’ interpretazione, segnala tuttavia il principio costituente del significato: riconosciuta parità dei diritti e dei doveri dei soggetti contraenti da regolare su quella che mia nonna chiamava la buona creanza. E noi sappiamo che il Galateo non é un’ accozzaglia di precetti campati in aria ma trova ragione in consuetudini millenarie e condivise ( cfr Claude Levì Straùss, Le Origini delle Buone Maniere a Tavola ). Nei cicli mitologici di tutte le civiltà, e ribadisco tutte, si ritrova l’ episodio in cui la divinità o l’ eroe ancestrale, sotto mentite spoglie, bussa alla porta del domiciliante per chiedere ricovero o ristoro. A seconda dell’ accoglienza seguirà premio o punizione. Questo archetipo della tradizione orale troverà seguito anche nelle narrazioni scritte: Penelope non può negare ospitalità ai Proci che però abusandone incorreranno nel castigo.

E disse ai suoi discepoli :” Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati e benediteli tutti. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno uscite sulle sue piazze e dite « anche la polvere che si é attaccata ai nostri piedi la scuotiamo contro di voi! ». E io vi dico che Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città “. ( Luca 10, 8 – 12 ). Quindi: si accolga il pellegrino che di buon grado accetta il piatto di lenticchie anche se odia le / é allergico alle / é tutta la settimana che mangia solo lenticchie e infine ricambia, in questo caso curando i malati: ” ettècredo che sta uno schifo, sempre lenticchie, presto, un vassoio di vitel tonnè, ah sì, e uno anche per il malato… ” ( per gentile concessione del Principe De Curtis ).

La sacralità dell’ ospite in epoche in cui non esistevano alberghi, ostelli, foresterie si accompagna ad un’ altra consapevolezza diffusa nell’ antichità e cioè che ora stai sulla tua poltrona preferita a leggere il giornale ma dopo potrebbe arrivare la banda di mascalzoni che ti dirocca casa, devasta il raccolto, disperde le greggi. ” io non ho un mulino coi salici intorno, ho un cavallo e una frusta, ti ucciderò e me ne andrò ” la frase con cui saluto le apparizioni televisive di Banderas in veste di mugnaio ipoglicemico é un proverbio della tradizione degli Yomut ( ma anche Jomud ) del Turkmenistan che affascinarono Chatwin per l’ armonia in cui convivevano i due clan principali: i Quojuk, agricoltori e tessitori di rinomati tappeti di lana di pecore allevate dagli Igdar, pastori seminomadi. Spogliato della sua arroganza il proverbio significa semplicemente: del doman non v’ é certezza e ci riflettano tutti coloro che rifiutano accoglienza ai profughi.

I mutui diritti/doveri contingenti a tempi funestati dall’ incertezza sublimano in stato di quiete nell’ ospitalità come atto di cortesia. E la cortesia non conosce eccesso di zelo. Per cui prodigatevi a ringraziare Clitemmestruo, a lui si deve lo scampato pericolo.

Nei paesi occidentali i libri di storia omettono sempre un piccolo cortocircuito grazie al quale voi oggi potete appendere nella vostra cameretta il poster di Topo Gigio o ammirare a tuttopixel il Senecio di Paul Klee.

Il nostro racconto comincia nell’ Egitto del primo secolo aC quando la Bibbia fu tradotta in greco. Ma se nella religione ebraica non é contemplato il proselitismo per quale motivo allora la traduzione greca? Facile: perchè gli ebrei non sapevano l’ ebraico. Già dopo la cattività babilonese gli ebrei avevano adottato la lingua dell’ amministrazione imperiale, l’ aramaico, l’ ebraico rimaneva appannaggio dei sacerdoti che nelle feste religiose declamavano il brano della liturgia in lingua originale per poi tradurlo, integrarlo, aggiornarlo ( Sitz im Leben ) in aramaico ai fedeli. Queste omelie, dette Targumim, sono bellissime, i personaggi biblici prendono nuova vita, come quei sapidi apocrifi della devozione popolare cristiana in cui Gesù si ritrova in Abruzzo e aiuta una famiglia di contadini a macellare il porco. Ma non divaghiamo. Con l’ espansione ellenica a trazione macedone la lingua franca dei sudditi di Alessandro, e quindi anche gli ebrei, diventa il greco. C’ é anche una ragione lessicale: il greco, ricco di sfumature, meglio si adattava all’ evoluzione intellettuale delle elites mediorientali. Non mi permetto di redigere graduatorie linguistiche ma gli antichi idiomi semitici erano più terragni rispetto al greco, due esempi: paradiso, dall’ ugaritico pahrdès con etimo di orto, frutteto e in ebraico biblico ‘adàm, l’ uomo, che deve espiare lavorando la terra, ‘adamàh. L’ ossessione dei popoli dal retaggio nomade per la terra coltivata induce sempre a chiedermi se il nomadismo sia una libera scelta o una condanna. Ma torniamo in Egitto dove per tradurre la Bibbia si convoca un’ assise di 70 dotti, ed é per questo che la versione greca verrà chiamata Septuaginta o LXX. Tra i 70 anche il nostro Clitemmestruo che deve il nome alla perenne incazzatura motivata dalla carenza di sigarette e pomodori in quei secoli meschini. No, non sto proiettando.  Comunque Clit, oltre a essere bellissimo, ok, forse sto proiettando, era il più bravo e a lui si affidavano le peggio gatte da pelare, ad esempio il Decalogo, il cui incipit vi trascrivo fedelmente all’ originale: io sono il signore, il tuo dio, ti ho fatto uscire dall’ egitto, dalla casa di schiavitù, non avere altri dei oltre a me – bello, vero? Pensavo di mettermelo sui biglietti da visita, e ora attenzione -e non farai immagine, nè figura alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque. C’ é davvero di che urlare nei gomitoli. Il nostro Clit, imbevuto della cultura dei greci che anche sulle insalatiere dipingevano giovani atleti col cazzo in erezione, si trova di fronte a un bel dilemma. E del resto avrà anche visitato qualche sinagoga riscontrando l’ assenza di immagini umane, perlomeno mai a figura intera o mancanti di qualche dettaglio, un occhio, una mano. Accarezzando la sua pecora preferita, sì, é definitivo, sto proiettando, si decide per un gioco di lingua e confeziona un sublime rimjob. Invece di tradurre immagine con l’ inoppugnabile èikon, da cui ìcona, opta per l’ ambiguo eìdolos che vale anche per idolo, statua, addirittura tabernacolo, e così nella secondaria con valore rafforzativo traduce omoìoma che estensivamente può significare forma o simulacro. Ma il capolavoro è nella scelta tra le varie possibilità del verbo poièo che significa fare nella sua accezione più manuale: costruire fabbricare scolpire intagliare. In greco dunque è possibile una doppia lettura, una fedele all’ originale, l’ altra che possiamo rendere con ” e non scolpirai statue, o altri simulacri in forma di creatura celeste, terrestre nè marina “. I primi cristiani, insensibili alle raffinatezze linguistiche e alla raffinatezza in generale, adottano la versione più pedestre e dando per scontata l’ abiezione dell’ idolatria politeista riassumono con ” e non avrai altro dio all’ infuori di me “. E si consideri che la LLX era attestata canonicamente come la versione più attendibile tanto é vero che le citazioni bibliche contenute nei vangeli ( introdotte dalle formule: perchè sta scritto…, come disse il profeta… ) derivano dalla lectio greca, qualsiasi filologo, anche di università pontificia, ve lo può confermare.

Stasera, prima di andare a letto, nel baciare la mia foto con dedica autografa che tenete sul comodino, ricordatevi di ringraziare Clitemmestruo di Tessalonica.

( nota di servizio: tra i vari scempi dei funiculì funiculá days mi é defunto il computer, questo post l’ ho scritto col telefono ed é stata una iattura quindi non aspettatevi roba fresca finchè non mi arriva il piciccio nuovo )