Born to be Kaharzai ( حامد کرزی )

nonnoLe ultime due settimane le ho trascorse in compagnia di Praadep, Vishwadarshan, Sharath e Mahmood sperimentando la cortesia indiana senza muovermi da casa.
È successo che dal mio computer potevo accedere a tutto il web tranne che a quell’ oasi di delizia da cui vi apparecchio ilfumouccide e che ospita le mie mailbox e i miei archivi. Fortunosamente dalla cronologia sono riuscito a recuperare la chat dell’ assistenza che è delocalizzata a New Delhi e mai nella vita sono stato tanto grato al capitalismo selvaggio che sfrutta le risorse a basso costo dei paesi emergenti.
È stato comunque un calvario in quanto in questa stagione le priorità sono potare e preparare il terreno per le colture orticole e solo all’ imbrunire posso tornare a coordinare il mio pool di ingegneri agli antipodi per analizzare il segnale e capire come e dove convertire i DNS con la palpebra a mezz’ asta.
A rallentare ulteriormente la tracciatura ci si è messa la compagnia italiana che mi fornisce la linea e che mio malgrado ho dovuto contattare. Le opzioni per interfacciare questi gaglioffi sono due: via email, che è l’ equivalente digitale del Limbo in cui l’ eternità scorre inesorabile nell’ attesa di una risposta, oppure il telefono, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 16.
Digitato il digitabile in attesa dell’ operatore parte la musichetta che di norma è uno standard jazz eseguito dall’ orchestra sinfonica di radio vaticana e che si impiega anche negli esorcismi più complessi oppure un brano a scelta di Rondò Veneziano che da vent’ anni mi perseguita nei supermercati, in ascensore, nei sottopassaggi delle metropolitane. Finché l’ operatrice si manifesta.
– buàngiorno, sàno Dànatella, càme pàsso aiutòrla?
andando in cura da un logopedista
– pràgo?
no, niente… dal suo terminale lei è in grado di aprire una finestra DOS?
– nàh, le pàhsso un tàcnico, attànda
sì, grazie, e che sia un tecnico che abbia frequentato corsi di dizione con profitto.
Altro giro di quadriglia con Rondò Veneziano in attesa del tecnico che è sempre un individuo astioso la cui missione consiste nell’ assegnare sbrigativamente patenti di imbecillità a tutti coloro che non possiedono la sua stessa preparazione. Non sono davvero cattivi, è che sognavano una smagliante carriera nella Silicon Valley e si ritrovano ad assistere al telefono il pensionato di Otricoli che non riesce a fermare i pop up quando visita YouPorn – protesidentarie.net dice lui ignaro che l’ operatore gli sta snasando nei cookie.
Vorrei solidarizzare col tàcnico bilioso ma, come mi fa notare Praadep, se vuoi lavorare nella Silicon Valley devi saper articolare frasi di senso compiuto in inglese e renderti disponibile a turni di 24/7 che comportano la rinuncia alla lasagna domenicale di mamma.
buongiorno, senta, siccome non riesco a connettermi…
– ha acceso il computer?
sì, il computer è acceso e ha già raggiunto i 240 gradi che è la temperatura a cui inforno le teste di cazzo che mi interrompono mentre sto parlando. E adesso mi stia bene a sentire…
Fermezza e competenza sono i requisiti per non farsi prevaricare nella giungla internettiana del paese verybello.
E ciononostante il tecnico per corrispondenza ha provato in tutti i modi a convincermi che il problema esulava dalle sue responsabilità e solo dopo molte minacce e sfanculamenti l’ ho inchiodato a riconfigurare il segnale, operazione ancora in corso e infatti se sono qua è grazie ad un escamotage suggeritomi dagli amichetti indiani e da usare solo in emergenza perché sbarella gli assetti del pc.
Ora dovrei abbandonarmi a una giaculatoria sulla professionalità lavorativa all’ estero contrapposta al pressapochismo nostrano che trova corrispondente rappresentanza nella classe dirigente, ma ho aperto la mia prima partita iva ( l’ equivalente di ) a 17 anni e mi sono rotto il cazzo di combattere i mulini a vento.
Preferisco rimettere in ordine qui che è un tafferuglio di lattine vuote e contenitori termici di pollo tandoori e ricominciare da dove ci eravamo lasciati.

Nella foto: mio nonno, che in India ha trascorso tre anni, dal 1942 al ’45, in un campo di prigionia e non voleva più tornare in Italia perché ci stava benissimo.