Vent’ Anni Dopo

Nel 1995 vivevo in un posto strano, o forse solo un po’ più strano del solito.
A ridosso della circonvallazione esterna di Milano sud si era andata cristallizzando una cospicua area verde a vocazione agricola in vista di un piano regolatore all’ urbano che ne avrebbe aumentato il valore a dismisura. Il proprietario era un palazzinaro talmente colluso da venir coinvolto nella prima ondata di arresti di tangentopoli con moglie, figli e forse addirittura animali domestici e in seguito non avrebbe mai goduto di sconti di pena. Questa situazione di proprietà vacante permise ad alcuni desperados, tra cui il quipresente, di prendere possesso dei fabbricati rurali in stato di abbandono, ristrutturarli in modo – diciamo così – spartano per viverci e organizzare attività – diciamo così – non omologatissime. Avevamo anche un maiale, a trenta minuti di autobus dal Duomo, chiamato Emilio, che accidentalmente era pure il nome del capo del reparto Celere della questura di rito ambrosiano. E fu molto commovente il giorno in cui Emilio incontrò infine il suo omonimo, tra una manganellata e un lacrimogeno.
Sempre nel ’95 stavo preparando ” Cattivi Maestri ” che con ” SxM ” dei Sangue Misto mette il sigillo alla prima fase caciarona dell’ hiphop italiano per inaugurare una nuova stagione.
A partecipare alla produzione invitai quanti avevano vissuto con me esperienze e riflessioni in quegli anni di putiferio.
Lou X e C.U.B.A. arrivarono in stazione all’ alba col mitico Bari – Milano notturno che mai vide berretto di controllore aggirarsi tra i suoi corridoi presidiati dalla peggio feccia della penisola. In studio con Starrsky e MichelOne dei Sigmatibet tagliammo e cucimmo estratti da ” l’ importante è finire ” come interpretata da Mina. Messe in loop su cd parti di arrangiamento ci dirigiamo alla mia urban farmhouse per scrivere le rime. Arrivati ai margini dei pratoni scopriamo che la strada che conduce ai casali disseminati nell’ area è chiusa per lavori di riasfaltatura. Tagliamo per i campi. A causa dell’ imbrunire e della quantità di thc che circolava in corpo perdiamo l’ orientamento fino a trovarci davanti un boschetto che decidiamo di attraversare per allargare la visuale. Al centro del bosco, in una radura, ci imbattiamo in un accampamento di nordafricani ben mimetizzato nella pur stenta vegetazione. Immaginate la mia sorpresa quando poi avrei scoperto che l’ accampamento distava non più di 200 metri da casa mia senza che mi fossi mai accorto di nulla. Gli immigrati ci accolgono intorno al fuoco, mettono una cuccuma a bollire e in un amalgama di lingue mediterranee ci raccontano le loro storie di reietti, così simili alle nostre. Raggiunta casa metto sullo stereo il beat a palla e cominciamo a scrivere di quello che ci era appena accaduto interrogandoci sulla nostra identità e su chi fossero veramente i nostri compagni di strada.
Il risultato potete ascoltarlo qui di seguito e io ho già parlato troppo ma un dettaglio ancora è doveroso. Il giorno dopo, prima di entrare in cabina di registrazione, Lou X mi confessò di aver dimenticato le liriche a casa. Io mi incazzai come un cobra e lui per tutta risposta si piazzò davanti al microfono e improvvisò la sua parte così come la sentite adesso al primo take, quando ancora il freestyle era un oggetto alieno. Questo per dire che non è vero che Lou X è diventato pazzo, come molti sostengono, Lou X è sempre stato pazzo, altrimenti non sarebbe mai stato Lou X.

bella zio lo dici a tua sorella, questa è la vecchia scuola e se sgarravi volavano schiaffoni, altroché dissing

Vent’ anni dopo, assordato dalle fanfare – o dai fanfaroni, decidete voi – che chiamano alla guerra in nome dello scontro di civiltà, mi pongo gli stessi interrogativi e la risposta, ‘stavolta su pixel, è ancora quella: la mia appartenenza è comune alle genti che affacciano sul Mediterraneo, da secoli crocevia di uomini idee merci. E benché io scriva da sinistra verso destra e la mia attitudine meglio si accordi all’ eredità ellenica che ha distinto tra Mithos, la narrazione mitologico religiosa, e Logos, la parola che confuta e da confutare alla base del ragionamento scientifico, nonostante questo dicevo, non posso disconoscere il contributo che le popolazioni monoteiste di lingua semitica hanno tramandato.
Lo riconosco puntualmente nello scegliere le parole di cui so bene la provenienza – e proprio in questa circostanza sarebbe calzante l’ aggettivo madrascico – nel compiere i gesti millenari di dissodare il terreno o raccogliere le olive, negli ingredienti delle pietanze che cucino.
E lo riconosco tantopiù nelle degenerazioni, nelle crepe dell’ intelletto bifronte, e sbalordisco che Giorgia Meloni, paladina della tradizione, dell’ identità, della famiglia patriarcale, del ruolo preponderante della religione nella società, non veda il suo riflesso nell’ immagine mancina degli imam che chiamano alla jiahad.
E nessuno mi leva dalla testa che in privato, tra i camerati più fedeli, Ignazio La Russa deplori la licenziosità con cui si è concesso alle donne occidentali di guidare l’ automobile. Che quando c’ era Lui cara lei non tamponava le auto in sosta parcheggiando coll’ utero.
Li compatisco: ignari delle ore liete che potrebbero trascorrere con gli amichetti fanatici in dishdashah e kufiyah a decapitare comunisti curdi, lapidare adultere, evirare omosessuali e altri pervertiti, ad esempio il quipresente.
Passeranno forse altri vent’ anni finché qualcuno con la penna o il microfono, la chitarra o la kora, l’ argilla o i colori, verrà a raccontarci cosa è successo.
( ici même à la carte: messianismo di chiara matrice mediorientale, anche voi sentite il gallo cantare quando rinnego le mie radici cristiano occidentali?)
Nell’ attesa ascolto il buon vecchio Randy che già nel 1977 testimoniava l’ esistenza di gente piccola che non riesce ad allungare lo sguardo al di là del proprio piccolo naso.
Finirà mai?